WRITINGS





PAUSA
Zafferana, 17 febbraio 2015


Attendi. Come un amante-lama o un'amante-grotta, che si offre al mio piacere notturno e tiranno, o carta adagiata ad un destino ignoto al mondo. Su quel tavolo, la lettura e la scrittura dei segni graffiati da una notte insonne, e settimane o mesi ancora a elaborare e crescere di desiderio, tra le acque allegre e gravide di immagini, e i sogni e le metafore continue e affamate dal tuo biancore liscio e aperto alla mia fantasia deforme. Attendi ancora un po', o carta innamorata, attendi le mie albe inquiete e i miei angosciosi deliri, attendi me che non ti so più amare, ma che ti cerco ancora tra un fantasma colorato e un disegno popolare, tra le nicchie sbilenche di una trama infuocata da ghiacci floridi e solenni, tra le pieghe annerite da una serie infinita di dolorosi ricordi e progetti complessi, di luminose strutture e selvagge utopie, tra i sintagmi imperscrutabili e le tue gambe e i polsi e le cosce e i miei occhi che non sanno più osservare, ma che divorano ancora e sempre e solo attraverso te, incessantemente, le proiezioni del tuo inseguirmi invano tra le distanze e i chilometri incolmabili che ci separano, ma che ci nutrono ancora e che fioriscono supremi tra i bui violenti del nostro evitarci. Attendimi, attendimi ancora solo per un po', o carta disperata...
L’enorme lampada che di notte veglia su te, disegno di segni imperatori, di giorno si sostituisce al sole che ti brucia ogni centimetro, ogni porzione di corpo disteso ai venti di tempeste e alle supreme fantasie dolenti, o carta mia amata, carta innamorata...
E mi stordisce questa mia luce e la tua frequenza, che nausea i sensi e le logiche mentali con tutto quel marasma indiavolato di caos e viuzze, con le linee precisissime e le spirali spezzate, coi lemmi ammaccati e le nature frammentate da allegrie infantili e orgasmi impuberi, da spasmi volgari e steppe primordiali, in cui ogni decimetro di senso incontrollato si accoppia ai desideri più reconditi di noi, amanti ai margini lontani, lontanissimi, fornicando incastrati, ai bordi di una mappa surreale…
O luce, che fai esplodere verso le irraggiungibili altezze del mio mondo le cifre multiformi e le lettere al rovescio, i numeri sgargianti e i mozziconi di segni e parole tra i disegni illogici e le architetture interiori, tra le viscere sgraziate e gli indicibili segreti della mia stracolma esistenza… O luce, che scaldi le nevi del mio incedere violento tra le silenziose strade dei paesi più remoti e le voragini improvvise in cui si racchiudono le chiavi del mio sragionare, tra i sentimenti arsi dal nulla e le proiezioni bambine e gli instancabili viaggi assolati e isolati da te, o carta mia amata, carta innamorata...


RELAZIONE
Zafferana, 4 dicembre 2013

La (mia) disposizione verso l'atto del disegno è simile all'incontro d'amore, all'erotismo che sprigiona il desiderio, l'anelare verso i corpi luminosi, il relazionarsi verso l'intimità incognita e misteriosa che l'infinita fisicità proietta verso la mia necessaria ed incompleta affettività. Scoprire insieme al soggetto d'amore, tempi e linee, curve e pressioni, tatti e abbracci tra penna e carta, tra inchiostri e superfici, inebria l'immaginazione e nutre il senso supremo ma insondabile che nasconde l'esistenza di questa (mia) vita.


LUNA
Zafferana, 23 novembre 2013

Mi guardi dall'alto del cielo scuro di notte e ti fai complice
di un segreto, di un'intuizione o una saggezza secolare. Ti
mostri per quello che sei: limpida e savia, stabile, bianca
e sì, piena di luce! Che inondi e rassicuri, o luna. Che avvolgi il
mio dilemma e della mia confusione ne fai un'arte o un'
occasione per svelarmi altri paradisi, o mettere in atto
un grandioso melodramma in cui ci sei solo tu e la mia pena,
in cui il canto dall'alto si fa musica dell'anima, e la catena
che mi tiene legato a te, amore mio lontano, diventa ruggine
e grandine, filo sottile silente e doloroso, una chimera.


DIMENTICARE
Ragusa, 30 settembre 2013

Il sole in alto e le mani legate da un ricordo, tra le colline e gli alberi colorati di verdi e gialli, tra i fondali naturali infioriti di luci e colori, tra i frammenti di canto occultati da caos e rumore di vite indomabili e affreschi essenziali.
Le strade che percorriamo tra le speranza di altri incontri sì, ma pure tra la certezza di un illogico rifiuto: è un conflitto perenne, una pena nel cuore, una ferita ancora aperta e una carezza maldestra tra le pieghe che i dolori in passato hanno reso indelebili.

Inondiamo di parole il deserto del nostro sentire, riempiamo di nulla i contorni di un autunno improbabile. E ci accarezziamo in silenzio, per paura di ammettere a noi stessi che il desiderio sovrasti sentimenti e false promesse.

E' una pausa di senso questa tregua o sconfitta, una sospensione del corpo che si nutre ambigua e stanca, un'immagine indefinita dalla confusione che si sfalda o sbriciola tra lave infuocate e nevi imminenti, tra neri-rossi e bianchi ghiacciati dalla tabula rasa che ha asciugato il mio cuore.




LINEA IN MENTE
Zurigo, 26 luglio 2013

La linea in mente, incompleta e incerta, si spegne sul foglio
un po' giallo e odoroso di tempo e pazienza. Mi attende! E
incandescente segna dappertutto contorni e attorno ad essa
intagli e ferite di gioia, percorsi incoscienti che sanno proprio
di me... La curva all'orizzonte accennata e leggera le fa da
ponte e la invita lieve a giocare, a infrangersi tra intervalli
e salti di ogni tipo: il sussultare è intrepido, e dinamico si fa puro
linguaggio di anarchia. Ma è proprio l'immagine che si riveste di nero
ad ogni suo bianco. E il florilegio che si compone sotto i miei
occhi si sfalda felice ad ogni nuova estate, ad ogni colore
immerso nella rete inestricabile dei grigi lucenti e sintomatici di
complicità e armonia. Disegno e tratto si inseguono, si domandano
che fine faranno gli oggetti fuori dalla superficie cartacea che
li delinea nitidi e bastevoli a se stessi. Nessuna matita riesce
a farla franca, nessuna modernità può eguagliare gli odori e
i sapori dell'inchiostro preciso e stretto tra i confini di carta e
penna, tra le calcolate sbavature che si fanno poesia! Mi concedo
e congedo una volta ancora, tra i ricordi e i pensieri di quella
notte immensa dal cielo nero e stelle bianche. Cado a capofitto
tra nevi e lave aspre e abbondanti, in cui vulcaniche erosioni
imprevedibili, si fanno quadro e figura inconsapevoli in cui
il tempo mi ruba tempo tra ansie e dolori, in cui nel tempo si
invoca ad un amore troppo presto rubato e annichilito e stanco.
Si volta pagina, si chiude il libro del passato in cui c'ero
solamente io e il mio delirio. Mi credo forte, ma sono un moscerino
che vigila su una montagna immensa di creatività e allegria. Una
linea, anzi un punto, una meteora che si addormenta esausta
attorno al suo calore e gialli e rossi che si porta d'appresso ad
ogni nuova notte. Ma mi apro al mondo lo stesso, chiudersi
tra le ragnatele di retorica e reiterazioni non servirebbe più a
nulla: il gioco è fatto e la penna è stanca. Vita come linea su
foglio usato dal tempo, vita che si muove come curva fatale.
Vita che continua gioiosa a filtrare emozioni, a inghiottire in
un sorriso il marcio di un tempo, che si dimentica presto di
alluvioni e fantasmi. Un po' d'acqua adesso, ma torno domani!


LAVA BIANCA
Zurigo, 25 luglio 2013

Il bianco e rosa danesi della novissima pelle e la fresca lucentezza 
islandese degli occhi a mandorla lapponi, ma grigi o azzurri e con
tanto mare e ghiaccio dentro, si uniscono e fondono anche solo per
tre ore -  distese e appassionate in un pomeriggio infinito fatto solo di 
noi e di noi -  con un vulcano interiore che è la mia affannosa e impavida 
ricerca di un baricentro improbabile:  il fuoco siciliano e lo sguardo etneo
che si appiccicano alle tue cosce e che attraggono senza sosta lingua e
parole, si dissolvono e dileguano poco a poco con gesti silenti, ma forti 
inevitabili e ottocenteschi, di congedo... Un addio che avvolge ancor di più
le nostre estreme esistenze, così diverse, ma così vere e necessarie all'
interpretazione che ne facciamo noi, tra nevrosi e desiderio, tra calcolo
e istinto, tra esperienze di dolore e utopici aneliti di cambiamenti radicali.
Tu non sei tu, e lo sai bene dentro. Io di me sono solo un proverbio o una
massima, al massimo un souvenir o una proiezione lontana di ciò che è
stato in un disegno che delineava tutto, fuorché la mia indomabile fretta
di accumulare e vivere, di sedimentare e uccidermi di tanto creare, facendomi
amare di più ad ogni prova ulteriore che il suono e il tratto mi si legavano da
sempre attorno. Tu scompari nella trasparenza dell'epidermide che esalto
come esotica tra le nevi del tuo passato impubere. Io non esisto nei programmi
di un'estate errabonda ma limpida come i cieli tuoi scandinavi e polari che tanto
mi commuovono: una dolcezza inusuale dalle tue parti, un cedere debole
e strano dalle mie... Riconosciamo tra le dita incrociate d'amore e imbarazzo
le nostre fantasie, ci stupisce dall'alto del tetto ligneo che miriamo chiaro e
rumoroso, un futuro incerto ma perfetto nell'immagine che ne facciamo solo
dentro di noi. Sappiamo che non accadrà più, per questo laceriamo fino in fondo
ogni pezzetto di pelle o tessuto che ci lega o ci separa. Tu torni ai tuoi studi e 
letture, io alle mie scritture: come questa! Come metafora di qualcos'altro. 
In cui teorizzo e mordo di continuo la mia stessa lingua, le mie ossessioni e 
timori. In cui mi tocco e mi ritrovo, mi vedo e abbraccio, mi inquieto e rilasso 
tra ricordi e progetti, tra archivi e utopie. Un abbraccio ancora e poi questa
volta davvero addio.



LAVAme
Zafferana, 18 marzo 2013

Nel giorno della mia prima notte, nella mia nuova casa, mi fai
un regalo che accolgo come segno potente di ciò che si delinea
come una nuova alba, o come un tramonto di qualcosa in me,
montanaro o pastore, viandante o contadino, nomade o beduino.
Pioggia di lava, fontana di terra, schizzi di nero e pietre di vulcano
come metafore di inchiostri, penne e macchie su superfici o fogli
che sanno di carta e tele, in cui la mia esistenza si allarga o si
restringe, si spiana o si colora con me. E su noi due, corpo e casa
insieme, si intravede un paesaggio interiore così tanto diverso, così
tanto dissimile da tutto ciò che di certo mi si era costruito intorno,
tanto tempo fa…
Ed osservo, senza giudizio o interpretazione, il panorama dall'alto
della mia esistenza, dalla terrazza in cui mi trovo ad abitare, dalla
stanza in cui dovrò dormire e vegliare: e mi sorprendo, mi intenerisco,
mi commuovo per tanto imbrunire, per tanto viaggiare sublime dentro
i percorsi avventurosi del mio corpo, dentro le vene e strade dei miei
spostamenti, dei miei stanziamenti, dei miei dubbi o riflessioni a cielo aperto.



UNA NUOVA CASA
Zafferana, 9 marzo 2013

Dopo un anno, o forse più, ripercorro ancora quella
strada che dal vulcano alla città, discende per colline
e valli, da Zafferana, Sarro, Poggiofelice, Fleri, fino a
Monterosso e ancora giù verso Viagrande, il vero
confine dalla zona che divide la montagna dalla
conurbazione folle di Catania. E m'investe un pizzico di
gioia che non so descrivere, un'eccitazione e
riconoscimento - dentro quel pezzo di anima che io stesso
mi osservo - che qualcosa è irrimediabilmente cambiato:
ho 42 anni, sette volte sei anni, una frontiera dentro la
mia esistenza che si rivela poco a poco un'altra storia. Una
lente o binocolo da cui osservo altre cose, da cui scorgo
un paesaggio diverso non solo fuori me stesso, ma dentro
nel corpo, tra la pelle e i muscoli, tra le forme più insondabili
dei miei stessi tessuti. E si apre un colore nuovo da cui vedo apparire
una voragine di senso che questa meravigliosa esistenza
mi rovescia addosso con grande leggerezza: un avvicinarsi
di elementi nuovi e indefinibili, ma freschi e gravidi di
indizi. E Zafferana come sfondo tra questo mare di montagna,
diventa luce e ombelico da cui osservo il mondo e la mia vita.
La notte buia, discendendo dal suo manto, adesso mi è
compagna e amica. Accarezzando le ferite degli ultimi anni,
questa stessa notte buia mi avvolge e mi protegge, scalza per
me i veli e le incertezze di tanto peregrinare, si fa muro di
cinta per un'esistenza che si prospetta tanto distante da
Catania, tanto diversa da tutto ciò che ritenevo immutabile.
Eppure non è così... C'è una forza da guerriero, una lama
pronta a volare, un pugnale, un goniometro, una gabbia
da cui guardo il mondo e lo coloro di bianco e nero, c'è
tanto oblio e tanta memoria, un desiderio di calma e di
silenzio, una strana voglia di buio e di vuoto, dopo anni di
caos e viaggi, inquietudini e movimenti, lingue e bandiere.
C'è un riappacificarsi con quell'immagine di me che faceva
gara a superarsi, a negarsi, a riflettersi continuamente tra
altro e solo altro: una perenne astrazione tra i giardini dell'amore
e del disegno di una musica costantemente inquieta e
precaria, e che nell'aria si riconosceva invisibile ma pura.
Ma adesso, attraverso il segno che si fa corpo e carne, si
impone in maniera naturale una lingua strutturale in cui
lascia fuori il suono e l'effimero per dare posto a inchiostri
e solchi, a materici percorsi in cui la mente e i suoi potenti
labirinti si rendono visibili a tutti, ma prima ancora a me
stesso. Sono così diverso adesso, così profondamente me
stesso e multiforme, così serenamente io, tranquillamente io
e pure tanto di altri, di tanto altro successo, un florilegio
di micro esistenze ed esperienze, di fatti e atti che solo adesso
me ne rivelano l'origine e il senso. E lascio Catania, con la sua
fitta rete di vite, di intrecci, di odori e fantasmi, per accogliere
il vulcano, le sue nebbie, i silenzi e le ore vuote di vita a dare
vita al nulla: Zafferana e la montagna attorno, Milo, alberi e
freddo d'inverno, fresco d'estate, alto, alto, e cielo cielo e il
mare da lontano che si osserva da solo e immacolato, tra
verdi e alberi, case isolate e felici, strade lisce d'asfalti neri
in cui le strisce perfettamente bianche, ricordano le penne
chiare che utilizzo per macchiare le strade della mia vita, per
delineare memorie e suggerire giochi di curve e linee, un
dolce divertimento tra la voglia di altri corpi nudi e veri.
E allora è primavera, è certo una nuova fase, un nuovo luogo
in cui ci si rispecchia felicemente stanchi in un approdo, un porto
senza mare, una nicchia, una culla, il palmo di una mano,
una fessura in cui insediarsi, un nido, un nascondiglio da tutto,
l'insenatura in cui lasciare tutti i libri, tutte le letture, i pochi
oggetti accumulati in tanti viaggi, e i fogli e partiture. Non
possedendo più nulla, posseggo solo me, non conservando
alcuna forma di materia, risplendo più solo tra i girasoli e gli
aranci siciliani, tra i profumati petali e gli infusi di cannella,
tra i ficodindia e gelsomini, le vigne e le mimose. Per dimenticarmi
dei miei ricordi e aprirmi al mondo, ai mondi, alle alture da cui
scorgo odori di nuovi paradigmi. Perché amo scomparire da me...




SAN VALENTINO
14 febbraio 2013


A chi crede e ha creduto sempre nell'amore, a chi si è illuso, a chi si innamora e viene tradito. A chi pensa costantemente al buio, e chi alla luce. A chi si lecca le ferite e chi ancora deve nascere da un atto d'amore. A chi si frena o si abbandona. A chi se lo dice oggi o da una vita intera, a chi l'ha fatto e lo fa farà in futuro, a chi purtroppo non può ancora sentire la forza di una passione vera, a chi si regala una notte insonne, a chi pensa di donare il suo primo fiore. A chi lascia ma non dimentica, a chi si stacca per sempre da una chimera, a chi si aggancia imberbe ad un inizio d'emozione. A chi si sfascia l'anima e a chi si invaghisce di primavera. A chi si strappa le guance da un forte dolore, a chi si cura dagli schiaffi di un pianto solitario. A chi si ama veramente e si cerca, a chi si graffia e si dilegua tristemente. A chi scappa da una paura, a chi lo fa per riappacificarsi da una lite lunga una sera intera. A chi si abbraccia di mezzanotte, a chi si intestardisce e chi cerca la pace. A chi vola la notte e chi dorme di giorno pensando a quell'attimo scolpito nel corpo quando l'unica cosa per cui vale la pena vivere è forte nel ricordo, presente in ogni istante o desiderio in un futuro fatto solo d'armonia.


CATANIA IL POMERIGGIO
16 gennaio 2012

È questa l'ora migliore in cui dedicarsi a se stessi, dalle due e
trenta alle quattro. Le pause dal lavoro, agognate come secchiate
d'acqua nei deserti delle proprie esistenze, sono contenitori
di abbandono fisico anzitutto, ma anche di fascinazioni sensuali,
fantasie e proiezioni in cui il sesso nascosto tra le viscere dei
catanesi è diverso dal resto del mondo. Catania e le sue strade
vuote e in tregua, non sa più di nulla. Si annienta su se stessa, ma
rimugina tra dolori e amori le proprie incertezze e desideri.
La via Etnea, scende e sale, si apre sul nulla e si chiude sul tutto,
la via Garibaldi violentata da carni fresche e straniere, nella loro
audacia e trasparenza, la pescheria che si pulisce da sola
come una gatta sapiente e meschina. È questa l'ora di un
pomeriggio catanese, che alle tre in punto dimentica il tempo
storico, si avvolge su se stessa come un gomitolo gremito di
faccende familiari, un riccio abilissimo ad occultarsi e proteggersi
da tante infamie naturali. È questa l'ora in cui il caffè si
materializza in color marrone tra i cieli pesanti sopra via
Crociferi. Catania, come una vecchia isterica o un bimbo
troppo sicuro di sè, una donna con seni immensi e un
africano eccitato dal sole che in via Maddem sogna il
Senegal, tra arancini tiepidi e scacciate ingiallite. Ed alle
tre e mezza il cinema rosso si scalda di vecchi, le ragazzine
cinesi a fare i compiti e gli arabi a fumare gioiosi e affamati.
Ancora una mezz'ora per digerire tanta indifferenza ed una
fetta di salame, i muratori manzi a scrollarsi di dosso i calcinacci
e le liste delle spese: trenta euro in tasca cambiano la vita.


CATANIA LA DOMENICA
15 gennaio 2012

È sugli odori che scrivo adesso, su quelli domenicali,
indimenticabili, di mezza mattina, prima di pranzo,
pronti ad immergersi tra salse e caponate: i rossi evocati
dai piatti e tovaglie siciliane, i bianchi parmigiani, gli
arancioni delle paste soffici e abbondanti. L'odore della
pioggia sull'asfalto che sa di terra e lavoro, ma che sullo
smog si annulla subito cedendo il posto ad una lucentezza
immacolata: l'energia dei bimbi che accompagna il mezzo
torpore degli adulti, le presenze di gatti e cani nelle case
puzzolenti di veccchio e secolare. Una Catania dimenticata,
eppure lì a scaldarci tra stufe e grigi vetri sfatti da tanto
innocente cuttigghiare la vita degli altri. Ancora odori
pesanti di muffe e carta riciclata, di biciclette scassate,
di vernici e colori tra tanta vita e pure morte.
Perchè Catania sa di morte e di inesorabilmente statico
eppure forte. Come i suoi odori, i suoi secondi piatti
popolari, vastasi, conditi di grida e vuciate, tra i sessi
evocati ed i piaceri nascosti. Tra gli innumerevoli tentativi
di erotismi repressi e pure consumati. E i maccheroni e
mezze penne tra cucine e fogli, tra scritture e fritture: una
dimensione che non si può delineare se non si è vissuti tra
sogni e lacrime. Ma adesso vorrei solo sfiorare il cuore delle
mani delle mamme e delle loro anime docili e pazienti,
vorrei riprendermi lo spazio e il tempo abbandonato da
girovagari nei futuri di un'illusione. E ancora illudermi che
questi veri odori rimangano tra noi vividi e perenni.


CATANIA LA NOTTE
14 gennaio 2012

Ripercorro in macchina in discesa la valle che da
Zafferana mi riporta da te, Catania amata. Ed è
entusiasmo che si mischia a un sentimento come
di usura, di abitudine, di familiare staticità. Le tue
luci arancioni tra i marciapiedi di via Umberto, lucidi
e rotti, mi sanno di perenne infanzia, di un silenzio
notturno in cui mi godo la tua presenza tra odori
e fetide allegrie leggiere, tra ragazzi spetti e chioschi
assetati di futuro, in cui ci si tuffa tra monologhi e
sceneggiate talentose, in cui si fa teatro senza saperlo.
E tu, Catania, che guardi da sempre, narcisa, come
in uno specchio le tue bellezze e asprezze, ti apri
solo quando lo vuoi tu. Ma sei chiusa al mondo, nascosta
tra laceranti verità e comode prigioni, tra nudità
eccessive e intriganti melodie che conosciamo solo
noi due. I contorni e disegni tra le finestre illuminate
che di notte spogliano voglie e rivestono drammi, mi
ricordano disegni e contorni inalterati nel tempo,
forse antichi florilegi di paesaggi interiori. E adesso,
dopo aver parcheggiato macchina e modernità, mi spingo
solo ed isolato, tra i passi felpati di notte, tra le viuzze
abbandonate dal mercato dietro la fiera: mi spingo
ad abbracciarti amata e temuta. Ma mi fai compagnia
e mi rassicuri, alimenti le mie perplessità: se devo
cercarti la notte od obbligarmi a dimenticarti di giorno.
Intanto sei qui, ed io sono qui. Un bacio a mezzanotte.




PIOGGIA
1 dicembre 2012

Uno zenit di buio da dove rinasce la luce, adesso:
sono le 4 e 22, una notte passata a dormire su un
desiderio, un abbraccio in itinere, una carezza
agognata tra sguardi in codice e lo sfiorarsi tra gli
avambracci nervosi e silenti in mezzo a tanta gente
e tanto puro vuoto. Le labbra che parlano calde e
le fascinose linee della pelle che si interrogano e
seducono in giochi mentali, ma in cui il corpo
rivendica la propria natura e stupore. Nell'attesa
che dunque da tutto ciò si intraveda un punto 
esclamativo, arretro e sogno, mi nascondo da te
e dal mondo, per poi tornare tra le tue mani come
un guerriero e un soldato, un tenero volatile o pure
un'aquila che da una montagna di carezze e desideri
arrivi da te con un sorriso e tante parole. E abbracci.


20 novembre 2012

La tua voce scalda il suono della mia voce, e la fa vibrare
di attesa e di sereno ritorno a casa dal paese dei cedri. 
Anche se non abbiamo mai abitato insieme, è proprio il 
suo cantare tra le linee del cuore che mi grida di silenzio
nel cuore. E mi sospende il sentire che assieme a te ci 
sono anch'io. E che nell'immensa distanza ci sono pochi 
centimetri e tanto bollire in corpo il segno manifesto di 
una genesi ancora da scoprire. Ed è un messaggio che ti 
arriva da lontano questo, una rosa di acciaio, un fiore di 
montagna che dentro la roccia che stiamo costruendo, 
cresce solo ed esclusivamente per noi.



CANZONE DI NOTTE
12 novembre 2012

Ci sono momenti in cui si ha voglia di azzerare tutto: è come cancellare, ordinare, appianare, aprirsi al vuoto del bianco e accogliere la luce del deserto in cui anima e corpo non sono più se stessi. Ed è in questa sete di essenza e di candore che ci si sente liberi e sani, giusti nel voler inseguire semplicemente il nulla, con felicità quasi: una contentezza dell'animo indicibile ma forte e necessaria. Ci sono momenti in cui le emozioni di una vita intera sono tutto ciò che rimane di tanto vivere, di tanto sognare e sperare, di tanto accumulare falsi progetti o proiezioni. Momenti in cui siamo soli con (e a) noi stessi, eppur luminosi, autonomi, limpidi come cristalli inalterati dal tempo e dalle circostanze esterne. Non abbiamo bisogno di nulla fuorché l'essere abbracciati dal tocco vivido e leggero di una mano amica, ma che non ci possiede né si aspetta nulla da noi, se non l'essere ricambiata con la stessa dolcezza, in quel momento e poi mai più... Siamo infiniti con poco, sublimi con frammenti di pacatezza e discrezione. E non accade nulla fuori, perché è dentro che siamo pieni di noi. E allora... ripensaci, amore mio, non fa nulla se non possiamo rivederci spesso o sognare abbracciati sotto il sole di mezzanotte. Rimaniamo fedeli a noi stessi, tu lo sai, prendiamoci così come siamo, accarezziamoci tra il vento e le maree di una improbabile notte di fine anno con neve e nebbia e con grigio e freddo. Sono i nostri cuori e i ricordi di quello che siamo stati che ci terranno caldi e coccoleranno nei nostri silenzi e nelle memorie che abbiamo vissuto lontano da ogni minaccia o tensione. Tocchiamoci nell'assenza e ricordiamoci attraverso frasi e parole immense che abbiamo pronunciato quando tutto era bello e leggero, quando i nostri aquiloni svettavano tra le altezze misteriose delle verdi montagne che ci hanno visti complici e amanti.

SAPORE
10 settembre 2012

La notte ha un sapore fresco, sarà stato il giorno a darle
questo odore. Sarai stato tu ad offrirle attraverso il tuo
profumo, la fragranza adatta ai miei neuroni, l'essenza
esatta affinché i miei sensi si esaltino e si colorino della
tua presenza. Non ha senso pensare al futuro adesso, è
solo attraverso il nostro esserci adesso e solo adesso che
costruiamo senza rendercene conto il nostro futuro: fatto
di piccole ma considerevoli porzioni di tempo trascorso
tra silenzi e seducenti armonie. E allora, cuore, non farti
venire in mente paure e timori: io ci sono e non scompaio.
Sono qui, anche se sono fatto d'aria e d'acqua. Non mi
dileguo, anche se viaggio tra l'etere e l'edera che si avvolge
attorno il mio corpo e mi gratta pelle e anima. Non mi
muovo, anche se la parole radice e terreno non compaiono
nel mio vocabolario. Per te vale la pena buttare alle ortiche
pensieri ed ansie, nefandezze e pesantezze che in passato
hanno abitato per un pò i miei giorni e i miei sogni. Sono
con te adesso, è quello che conta, quello che mi rende
più sano e forte e più bambino di allora: ma con quarant'
anni di tanti anni e una vita davanti a te. Buonanotte.



SONETTO SGANGHERATO
Catania, 28 novembre 2011

Il segno della mia penna e dei miei colori potrebbe andare
ovunque: ed è con movimenti decisi e sconosciuti che
esso delinea panorami improbabili e ineseguibili.
È la sua storia, i ricordi e i desideri che tutti insieme

si amano per ristabilire armonia tra le disarmonie interiori e
gli imbarazzanti silenzi di una serata sbagliata, tra gli abbracci e
intrecci di gambe ed anime, tra le proiezioni che si facevano
tra loro: tra le maschere di una caricata solitudine.

Insegnami come si ricomincia daccapo, scaldami il cuore una
volta ancora, obbligami a mettere un punto al mio dolore.
E cospargimi di virgole, di respiri, di carezze senza oggi né domani.

Un sonetto apparente nella forma, abbandonato al gusto di chi legge e
ascolta le parole forti e gremite di lirismo. Se smetto te lo dico. La
complice velocità di pensiero per riformulare piani e forti incandescenti.


MIO: POEMA D'AGOSTO CHE SCOMPARE
Catania, 8 settembre 2011

È proprio nel momento in cui ci si innamora del sole che
si abbattono castelli, idee. (E orchidee). È dall'analisi del
buio più incolore che si scalda il polso di un gigante
impazzito e prossimo all'altare. Una volta ci si avvicinava
al vuoto ed al teorico sublimare incauto che incapace e
storto si scioglieva a metà tra acque e terre d'oltremare.
Adesso pure si scorge tra mura antiche e potenti,
un ulteriore disincanto di catene e anelli, simboli perenni
di grandi mari e piattaforme laterali. Non soverchiando le
immagini che si hanno di te, esplodiamo a tutto gas, inquieto
dormire; bisbigliando tra noi nascosti è la notte che mira e
dichiara complici e re. Ma non scompaginare il territorio
fresco e nudo! Il traguardo assorto ci donerà gioie e cataclismi:
vedrai, l'altranno saremo in due, tra confusione e crisi incredule,
tra penne e matite in bianco e nero e tra il nero di te che si
sfascia da solo (e giallo). E tra il rosso-passione che
io retorico intono in un canto selvaggio e aperto.
Non chiamarmi più amore, non oltraggiare il passato insonne.
Non adulare il manto che portiamo distratto ed ammaliato
da anni di pazienza e attese. Lo sguardo intenso di una volta, che
adesso si dirige volgare e a chi non può più competere tra guru
e saltimbanchi. La mia direzione si staglia tra le vette inferocite
e gli alberi volgari. L'indole girovaga con la valigia in tasca mi
darà ragione, in un inferno di stagione scolorita e inerme.
Ancora una volta ti coloro e anniento, ti esigo e cancello,
ti esalto e disprezzo. Un'altalena di concetti e oggetti che
ci guarda dall'alto: che ci difende e attacca all'occasione.
Una sferzata di candore, il giubilo, l'area contesa tra guerrieri
di continenti differenti. E sì, ci si dovrà ripetere. Ma per
l'ultima volta: il fiume, questa volta, terminerà domani.
Le lagrime dei pianti miei sotterranei e marci germineranno
alberi e foreste. Uno sbaglio madornale, un'occasione da
valutare, un'opportunità da soppesare tra il cielo e il mare
di una notte d'estate silente e innamorata.



3 SONETTI 
Catania, luglio 2011

I.

Ricerco nel viaggio la tua essenza dentro il mio spazio di piacere,
vagabondando ad est ed ovest senza mai ridefinire l'alba.
Abbraccio il vento che s'investe da solo con tanta nebbia e sale,
e scendo poi all'aurora intatta, che mi saluta insonne e vile.

Il mio sonetto si compone da solo, come giardino fragoroso di
delizie e carmi. La mia simpatica compagna, compiacendosi si
scalda, tra i vaghi ricordi e i sintomatici vizi di una vita intera,
spesa a grattuggiare le anime degli altri e rivestirle di polvere

e di noi che ci ammazziamo fragili e indifesi. La geometria che ci
cammina all'orlo della pace infranta, la geografia delineata e
gravida di perle ed orchidee. La vita mia che scorre solo dentro me.

Dimmi dove sei e quanto tempo ancora dovrò attendere questo
sublime pasto già assaggiato. E poi l'immaginario indelebile nella
memoria del mio volto si sfascerà con noi tra milleduna candeline.

II.

Il suono solo non comunica senza uno sguardo che dentro
ti accarezzi l'anima e ti stringa il cuore incatenato a se stesso.
Ci vuole altro: ci vuole la pausa, il respiro, l'incedere cauto
e nobile di una presenza invisibile, per fare esplodere senso

e soggiacere a chi ci guarda e scalda intutilmente il sole,
che già da solo basta a illuminare il buio dentro noi stessi ignari.
E' stato tutto un bluf questo incessante mare di suono e male,
la primavera ne ha già eseguito l'ordine: ritornare indietro

e scavalcare il clima indotto e indomito all'ascolto. Non puoi farci
niente, eppure calma: respirando a ritmo e coscienza, libererai
tra noi il fiotto carico di musica che s'annida placido e immenso.

Voglio capirne il senso, maleducato e storto il meccanismo che
crudele sotto ne solletica forte l'entusiasmo e il tatto: è una questione
di stile, ammutolire il gesto e frantumare l'ordine stesso delle mie parole.

III.

È grazie ai vostri divieti e censure che io trovo tutta la forza
necessaria per strappare fogli e libri e bucare muri e suoni
con il doveroso rigore ed entusiasmo di chi non ha paura
e sceglie e discrimina tra tanta fornitura di false parole e note.

Nel pregiudizio ed ignoranzia su cui si fondano i vostri soliti temi
io ci sbatto sopra le mie righe e punti e curve in paradisi di
battute e segni per cui tutto ciò che scrivo ed armo gronda
di rischio e di coraggio, un cavaliere d'oltremare che si convince

da solo che il fondamento del comporre risiede in una pace
o guerra interiore e che da lì si osserva vivere o morire come
un aquilone. Girare e voltare o nascondersi dietro paraventi.

Le battaglie si conducono da soli: è la fine l'orizzonte e il
panorama che si staglia tra le innumerevoli pagine di una
partitura ulteriore ancora da scrivere, è tutta già qua dentro l'anima.




OCCHIORECCHI

7 maggio 2011, una volta ancora da Monterrey a Morelia, di notte.

Sogno una musica che si ascolta come si fa gli occhi. Sí!

Così come la direzione dello sguardo si posa ad esempio su un quadro senza che le figure o gli oggetti in esso rappresentati di per sé ci dicano ove condurre per prima l'occhio, voglio una musica, una composizione in cui l'orecchio si rivolga, senza il suggerimento o decisioni di nesun autore, volontà o orecchio esterno, ai suoni o strutture compositive che più ci attraggono o incuriosiscono. Sarà ciascun ascoltatore semmai a scegliere il percorso da compiere secondo il proprio gusto o necessità di varia natura.

Tutto ciò non comporterà certo la creazione di un'opera che conterrà ramificazioni strutturali contraddistinte dall'indifferenza percettiva, arbitrarietà o superficialità. 

Lo si ripete dunque una volta ancora: sarà come osservare un quadro. Le durate di permanenza dello sguardo e gli oggetti su cui si poserà l'occhio dipenderanno intrinsecamente dalla peculiare soggettività ed immanente contingenza del momento, così pure dalle condizioni in cui si verifica la contemplazione-ascolto. E dunque la ri-composizione o de-composizione della sintassi e del lessico del quadro/partitura.



TUTTE CURVE IN NATURA
28 aprile 2011, da Monterrey a Morelia, Messico

Tutte curve in natura. E cosí le montagne i mari, i contorni di ogni cosa, le ascese e gli abissi, le strade e i fiumi, i lampioni. Accompagnare con dita e gambe simboliche i disegni e le forme attorno a noi. Perché non c’é una sola línea, un solo frammento retto e geometrico.

Tutte curve in natura. E col suono vorró ripercorrere lo stesso tracciato mentale, ma attraverso il puro inseguire la linea e il gesto secolare. Circhi e cerchi, non carceri o quadrati.

Io sento il silenzio, respiro il buio nero che avvolge quel suono inesistente. Io non dubito del nulla che si accascia con me, e non ho paura di rimanere silente e senza gente attorno. Voglio solo il bianco, scomparire e occultarmi tra alberi e faló, tra azzurri orizzonti e temporali interiori, ove la luce e il diaframma si uniscono complici e supremi.

Tutte curve in natura. Per questo mi batto per mantenere intatto l’entusiasmo di rotazioni e movimenti singolari. Poco a poco ne si capirá la spinta e l’intenzione, anche se indugiare ancora potrebbe essere tardi: di primavera e notte, che col buio si riempie di odori e gialli.

I colori che ho aggiunto allo schema del corpo che si muove nello spazio immaginario e silente. Un’articolazione parla da sola ed esprime un concetto che poi si disegna pure da sola! E le dita, i polpacci e le spalle, te le immagini volare e sganciare nuove cromíe e direzioni?

E allora prendimi il contorno ed aggredisci lo spazio che si fa nostro solo quando lo accogliamo.

La mano ci guiderá lontano, ci attaccherá dall’alto come un’aquila dorata e liberata.

Vivere il vuoto tra il pentagrama illuminato e l’avventura letteraria che si travolge e prepara all’estate. Curve ancora i fianchi e le cosce sode e bianche che spingono e credono ad un solo amore, un solo grande testimone dell’abbraccio e del bacio naturale.

Una curva che sale e ridiscende, che compone e descompone tratti e linee, semicerchi e frammenti, ma con suoni e catene.


PRIMA OTTAVA
Monterrey, 22 gennaio 2011


Dedicherò alla vita gli abbracci e le notti che hanno tenuto insieme e vicini i nostri abbracci. E le notti fabbricheró col sudore ed il calcolo più spietato i movimenti di passioni che ci hanno regalato entusiasmo e oro. Per tanti anni. Le nostre notti, sì, e le mattine di domenica non mancheranno piú di sogni e allegrie.



È il nostro abbraccio supremo che si chiama musica. Saranno i movimenti di braccia e dita sulla pelle che definiranno ritmi e cesure, melodie e strutture, che di musica e suono nutriranno storie e futuri con le promesse. “Questa non è vita”, ci dicevamo pieni e rotondi dei nostri abbracci. E la pausa si chiamerá sorpresa, ed il silenzio vita di noi e della vita. Siamo noi e di noi. Ancora una volta il disegno del corpo che si muove di notte emetterá musiche. E sonore asimmetrie.



La grande musica del cuore finalmente forte ci toccherá d’accordo al nostro candore insonne, con intatta sintonia. E poi calerá la notte ancora e ancora di notte tra noi il sicario sulle nostri notti. Ed abbracci ancora, con suoni e musiche lontane: noi in abbracci vicini ed inspiegabili tocchi di dita e pelli, furiose e intense melodie. Silenti diagrammi di corpi che ci cercano ma che si perdono in conflitti ed affetti.



La penna immaginaria ci donerá tratti e quadri, di una poesia violenta e dolce al tempo. Che maturano idee e fonie di ricami e forme elementari. La nube passa e si mantiene florida con il cuore a metá, ed il gesto incontrollabile perché disegno è di te. La via costante nell’ascoltare il tempo di incontri e trecce dei nostri abbracci. Ci donerá calore e odore di noi.



Ancora noi l’oggetto di questi suoni selvaggi e veri, ancora noi domani. E al centro del centro di noi. Funesti sogni di immaginari e facili disegni che tra i corpi si spiegano sereni e gai nell’ombra di gambe e polpacci, donando linfa a vita e fiori, col nastro colorato che si abbraccia insieme a noi. 



Ma tu dicevi che l’amore non colora il verso, che il sapore dell’anima non si avvicina al vento e all’acqua. E le pause che da qui si agganciano perverse e gentili, si chiameranno sole e distanti ad altri sintomi e teorie. Non mi dirai nulla di te, è la sola immagine che mi ricordo e scontro tra le pieghe del tuo verso. E le dita del disegno del corpo immaginato, che erigerá da solo l’edificio che ho voluto utopico e forte. 



Le direttrici che si stagliano tra virgole e paragrafi non ci staranno piú tra soli e stelle e lune d’argento. La follia incipiente che si sfalda tra gesti ed anime si unirá ad albe e freschi tramonti. E stabilirá chi di noi per primo sará tra noi insolito compagno e testimone di ghiaccio e terre universali. Questa lunga improvvisazione, perenne traiettoria di cuore e vita, ci attaccherá l’anima e il sogno con cosí tanti sogni e anime. 



Per le ripetizioni che il quaderno ci regala in solchi e sentieri atemporali. Il disegno del corpo, sí, il fantasma di un colore tra noi e il finale di sonata che tra ponte e stretto ci dará tra noi la dimensione ulteriore di una pagina intensa e densa, inconcepibile famiglia di un insieme che oramai si dice luce. Luce di te, e tra noi il disegno che si trova tra loro ed il fondamento di idee e sogni fucaci, regali. 



Ti amo, sentiero perenne. Ti amo, bosco selvaggio. Ti amo, amante supremo. 



SECONDA OTTAVA
Monterrey, 23 gennaio 2011



Posizioni alternate tra gambe e linee verticali, le basilari armonie dei nostri corpi stanchi e floridi da tanta aria e respiri e melodie che il sogno non puó piú contenere. Studio oramai il silenzio della notte che si avvolge tra noi e il vento. Colorandone contorni aspri e veritieri. É cosí che si sfida l’accademia, da domani una striscia di luce a mezzogiorno ci incatena tutto il resto, strappando verdi e grandinate ai campi ulteriori di questo Messico profondo.



E tu, che di notte non concedi tregua e sangue alla mia notte, ti salverai con me. E senza dire alcuna messa all’obitorio di tua madre, ne salterai di gioia adesso che tutto pare trasformarsi d’un solo tempo al buio. Io sí, ci sono dentro. Ma ti osservo da lontano e da lontano soffro di questa luce lontana che ci travolge e avvolge. Io sí che ti coloro tutto, ma ne affitto le prove al dolore di una notte, terribilmente umida e sola.



Voglio prove anch'io, certo. E adesso del resto volto pagina e suono come vuole il suono solo e senza voci. Il quaderno mi accompagna il silenzio, e la scrittura da sola e solo mi lascia inerme ma appagato. Da tanta luce e grondaia di colori io ne ripeto lo stesso gesto: è da me che riparte l’ouverture! 



Di luci e odori rimango stregato, se armonia sará la mia compagna. E da linee rette e orizzontali le divisorie illusioni si accasciano su terreni d’oltralpe abbandonati. La neve per fortuna s’intravede, tra giullari e versi razionali. Ed il comportamento rubato a grandi passi e mani lucide, che bianche e lucide si agitano tra noi. E le coperte calde di questa notte di luce e di calore. 



E ritornando a leggere il verso tratteggiato da malori e nausee di numeri e frammenti. E te ne restituisco il doppio, con carezze e assiomi, linguaggi assonnati e stanchi. E mi ripeto ancora, perché la luce ne individui poesia. E del recinto fuori porta non ne sveli curve e traiettorie. 



Sì, ancora buio tra nostre gambe e sessi, ancora luci tra le innamorate voci dei nostri corpi. Di luci innamorate. Complice l’anima insonne che testimone n’è di questa lunga e articolata linea di calore. Ne voglio ancora di piacere, voglio svelare trucchi e strategie a mappe di noi e partiture, le complesse strutture di lingue e numeri che fanno di noi principi e re, sultani e sovrani. 



Voglio parlare all’alba e ascoltare molecole di microcosmi addolciti dalla pioggia, e aprirti l’anima e camicia. Voglio sedurti ancora e strisciare con la lingua le pelli forti tue e chiare, e scurire con baci la pelle forte tua e maya, la fronte illuminata di lavori tuoi e rinunce. Il respiro qui vicino al resto del tuo giaciglio, si fa piú immenso e irregolare, mostrandosi nudo e strategico fantasma trasparente. 



Attendo segnali occulti e primavere profumate, che da domani in avanti salveranno tramonti ed idee. Attendo amore e guardo lune addolorate, ma con certezza di aver provato intime reazioni assieme a te, forti gesti dietro te, multiformi linee e disegni che traducono sensi e fonti, geografie e geometrie.


MARINO FORMENTI gewidmet
in aereo, tra l'oceano atlantico e il New Jersey, 6 gennaio 2011

Acqua le tue braccia e il suono-onda che si nasconde da solo.
Leggere con intenso sentire quei movimenti e le delicate
sintonie che svelano grandi dissonanze dell' anima tua.

Colorare la tastiera di spiriti e respiri. E sublimare i volti comuni
di immense simmetrie. Solo tu potrai segnare i contorni in silenzio
e voltare pagina all'interno e sempre dentro.

Ascoltandoti le forme di chi si dilegua e affronta il nulla, con poesia
e violenza, i tratti chiari dell'abisso fascinoso. E la tastiera ancora
che si incatena da sola e si sfascia all'alba di quelle notti insonni.

Marino sentire il mare distante che si allarga con te. E da me si staglia,
mediterraneo, il sapore di una volta e svolta ancora: il tuo comporre
sublime e povero, essenziali le forme e i disegni di domani.

Subacqueo gesto che gronda sudore e studio a notte aperta,
confinata allegria: di grande e piccola bugia le mani divise e aperte
tra quinte e ottave inesistenti. All'occhio e al suono.

I pedali fanno male eppur armonici gli scatti doverosi dei loro estremi,
nervosi. Si eseguirá in silenzio questa sonata senza ponti e fughe,
senza frasi e cesure.



A Giorgio, mio nipote, affiché un giorno, 
forse scoprendosi “ finto” adulto,
possa rimpiangere di essere stato un “vero” bambino”.



Tokyo, 17 novembre 2005

Ed io i suoni li calpesto come foglie e li butto giù dall’alto del mio balcone,
come faccio con le costruzioni o gli oggettini multiformi e colorati.
E voglio sempre esagerare, non fermarmi mai con la fantasia
ed ancora inventare e curiosare come nei cassetti del nonno,
sempre pieni di sorprese, sempre ricchi di idee e ispirazioni.

E non posso certo smettere di ridere di voi, 
adulti stanchi e impreparati al mio entusiasmo ed energia…!
Sì, è vero: ne invento uno sempre diverso di gioco,
di domani non mi importa: lo avro’ già dimenticato.
E non ditemi di smettere! Non posso farci proprio nulla
se adesso i suoni li sento e li voglio solo piu’ forti e veloci e tra un po’ forse soavi e lenti.
Che piacere quando canto da solo o dirigo una orchestra inesistente.
E non me ne vergogno…! Suoni ce ne sono tanti attorno a me, ma voi non li vedete…
I suoni sono immagini, sono colori, sono persone, animali, piante.
Sono tutti noi e tutti voi, i suoni sono oggetti, non concetti!



LONDRA

Una differenza sottile
tra il nominare le cose
con le parole e l'ascoltare:
una mia visione e
l'attitudine a dimostrare
incontrollate attese.
Il gusto, il dubbio
ed il facile entusiasmo.
Adesso è tutto come prima,
cosa non è pronto per procedere,
cosa non è adatto per tornare indietro.
Attendere ancora
per chi sa quanto: quando
si sa già la risposta!
La vita mia e' come
un libro già scritto
ma mai sfogliato...
Una montagna rossa
la mia guancia,
come questa sosta da cui
scrivo da quasi mezz'ora!

Allora non ci sarà più
una primavera ove
scaldarsi e piangere.
Non un solo bacio materno
o un fraterno addio.
Io resto qui, solo e pensoso.
Tra mare e terra che
non si incontrano.
Tra sole ed acqua.
Che non si stringono più.
Una canzone d'oblio
sarà questa quartina:
una nuova dimensione di vita ed
un nuovo sentimento.
Ma la mia vera vita non è qui,
il mio vero passato e' altrove
e con esso il mio parlare
ed auscultare.
Si spera nuovamente
e ci si adora...
immaginandosi diversi.
Questa mano invecchiata
a scrivere mi guiderà lontano.
Ad altitudini assopite
e assai distanti da ciò che ci
si aspettava da me.
Intanto questa gioia
fallace non mi prende.
Profondamente
mi rilasso e penso a questo
grande terremoto che mi
sono costruito dentro.
E lo interrogo.
Io, come un mago senza potere,
una strega con la scopa spezzata.

Che cosa dirò io, se non
insistendo col doveroso peso
dell’impronta, non sarò che
su questa intrepida marcia
che mi porta in basso, che
mi espande e mi accalora in
un colpo e in momento solo?

Voglio attestare la prova di
tale orgoglio, di tale incauta
forma che la desolata idea
rimanda al corso delle cose,
alle loro intramontabili utopie.
E mi scanso, sposto l’obiettivo
a soldoni con il mondo, con
l’impresa di riconoscere che tutto
finirà e non ci sarà che forma e
solo forma, la dimensione senza
grande idea, senza emozione.

Un interludio questo come il mare
che si colorerà di giallo e scorderà
il dolore di così tanta ritrovata pace
ma malinconia, tepore, senza correre
pericoli, in imbarazzi e crocevia che di
rimando si faranno iniziali simpatie
a più non posso.

E’ solo un interludio dicevo: sarà
la vita con le sue alture, o ancora
segnando il passo al colore definito,
calore inalterato e caloroso impatto
col triste e scellerato corso delle cose.

Non mi rivedrai più col peso dei
giorni all’osso, non mi si vedrà
più lottare con apprensione
la stupidità.
Non mi si riconoscerà più, mi
si dimenticherà tra la folla e la
superficialità.

Finalmente solo e con me stesso
l’inquadratura della vita che si
mantiene aperta alla scoperta e alla
curiosità.

Da seguire queste parole all’inno di
domani, una sola musica questo falso
poetare, recitare tanti perché sospesi
tra la montagna al suo primo ascoltarsi
e la laguna stanca e senza più domani.

Allora d’argento l’inseguirsi, il
costituirsi lontano e coll’apparenza
ad unisono vicino, tanto vicino al
corpo: mi rimani solo tu, continente
estremo, con mari sempre aperti e
distanti. Ma tu sei sempre Africa: da
Londra sei così lontana…

Non chiederti, non averti, non esserti
vicino, non arrendersi al gioco: tutto
questo e’ solo un inizio. Cominciare da
qui per finire altrove, col cuore e mano
donando ogni desiderio e privilegio ogni
regale fantasia come da un grattacielo di
vigore una meteora che si butta dall’alto
per ricominciare come cometa quella stella
tanto attesa.

Tu: senso e cifre, istinto e calcolo di un
lontano addio: Londra che si riempie
come un bicchiere di bollicine, tutto
scoppia, tutto brilla e ridiviene nero,
grigio, bianco, come le sue albe, i
suoi tramonti, e i perché.
Londra che si colora e tinge i
suoi colori di grigio e i suoi palazzi
neri di ipocrisie.

Una voglia lontana di sottomettersi
a distanza e poi inoltrare accuse
e attese, inappropriate
delusioni per così tanto procedere.
Splendore le gambe annerite da sole
e sudore: la tua Africa lontana rimanda
all’osso e all’apertura il tuo sano sesso felice.
Col cuore nascosto io, e il piacere all’aperto:
ti prendo.
Ed assorbo il tuo sorridere così
che quando incominci ad inquietarti laggiù,
io già ti preparo il frutto più grosso e adatto al tuo…
Ricominciare daccapo a disegnare il tuo presente,
riprendi il coraggio e tra le mani l’ascolto.
Non potrò più darti collera e angosce:
quelle rimarranno lì per sempre, come pietre
assommate a dolori e colori.

La mia scrittura è l’istinto più
vero e la risposta al tuo ragionare.
Ricordo ancora la camera e
l’oscura corteccia che
ci nascondeva da notti folli
e da folle di sesso, l’entusiasmo e
goliardia fuori da bisogni e prospettive.
Ricordo il tuo sorridere al
mio tocco, le primavere, la pioggia
sottile ma così romantica...
Ascoltandoti coll’anima alta a grande
fragore.
Tu, liberata idea, sentimentale vigore.
Io cresco col cuore intrappolato e il
respiro bloccato, che non potrò mai esprimermi
come tanti, io, che scriverò per
non dimenticare!
Ma sarà facile dimenticarti, meschino e gelato
come sono, una volta che soddisfo
l’insano meccanismo che mi porta a desiderare
e desiderarti lontano da me e dal mio fragile
esistere su questa fragile terra.
Ricadrò come i gatti:
ma di felpa il mio dolore rimbalza su me
e sul cuore. Come cosa che non giustifica, come
termine che non si appropria di se stesso.

Poema il mio teorizzare e studiare.
Londra, il mio peregrinare e infamare
gentili cortesie e impagabili favori.
Mi amano ed io non amo loro, allora
mi vendico e scappo.
Questo il mio consiglio naturale e disagio a chi
non partecipa al gioco maledetto
innescato dalla mia curiosità.
Vivere, curiosità vivere,
lontana Sicilia da Africa
che non si riconosce più come terra
indaffarata e assolata.
Strade e palazzi, calore e calori d’autunno
continuamente assolati, loro…
continuamente inquieti…!
Questa la mia risposta al grigiore
di questa terra grigia e grigia.
Al mio scommettere partite
già perse e al mio continuare
a far finta che dovrò morire.
Dimentico io, rimuovo continuamente
e non ci sento più.
Da scoppiare in lacrime e da
sorridere, anche quando dentro sento il dolore
più acuto e un assoluto bisogno di annientarmi.
Attraverso silenzi e silenziose preghiere
creare è la mia strada.
Creare-distruggere, gioire e negare.
Saltare e sprofondare come i miei tuffi e i gioghi
in acqua con infanti come infante.
Per quarant’anni questa vita io non posso
certo ricordare, tutta intera, tutta
gremita di accadimenti...

Io mi reincarno in vita, ecco perché ci si odia così tanto…
Non dimentico i tuoi capelli però.
Il tocco e il tuo annerire ciò che toccavi, col tuo
passo addolcito e solenne, colla tua regale intromissione.
Perciò perdonami.
E’ l’unico modo che ho di non pensare al mio
presente senza fondo e al mio domani senza presente.
Saprò colorare e disgregare i tuoi
contorni, e ricordare i tuoi canti.

Ma non saprò come pronunciarmi quando il cielo
se ne andrà e mi abbandonerà per altri
cieli, altri mari, città.
Poesia perenne.
Almeno di questo fluire sono abile, io che non sono
in grado neppure di formulare concetti e frasi
esatte.
Tana, gabbia. Rifugio, fuga…
E “scusa, vado via”… queste le mie vere compagne.
Io, sono ingrandito e rimpicciolito da me stesso.
Esagerazione del mio stesso proiettarmi
avanti e indietro.
Mai al “passo coi tempi” e coll’oggi che mi guarda
e attende.
So solo essere musicale a modo mio.

Non mi rivedrai più col peso dei
giorni all’osso, non mi si vedrà
più lottare con apprensione
la stupidità.
Non mi si riconoscerà più, mi
si dimenticherà tra la folla e la
superficialità.

Londra, 5 luglio 2003

Se ci ripenso a quello che ti ho
fatto e che mi sono fatto e detto
semplicemente io scomparirei.

Ma non so dove: è tanta forse la
mancanza di non esserci io con te
che mi fa desiderare l’illusione.

Che tanto grande quanto indegna
è, che rappresenta tutto ciò che si
doveva dire, ma non si è detto.

Non c’è da chiedere scusa, ma
forse con una poesia e la volontà
di darsi interamente, con la preoccupazione

di essere verità, si può rivedere tutto.
Ed è così, con assenza che ti
guardo, con gli occhi dell’amore.

Sto ricordando e passando al bando
e conciliando suoni e parole che sono
così manifeste eppur lontane da
quello che in tutti questi anni non
sono riuscito a dire o a fare.

Io con te ci lavoro l’amore e
non mi sogno di tornare
indietro ad illuminare ciò
che si perdeva tra loro e me.

Essenzialmente tanta era l’immatura
creazione che si instaurava tra l’essere
pronti a tutto e l’avermi fatto attendere
da immani sbagli e ferite.

Ci riproverei a desiderarti più di
prima e forse a morsi domando
perché ti voglio amare che il
tempo non sopporterebbe la
follia che non gradisce che qui
tu sia con me e con nessun altro.

Adorarti come conquistato dal cuore
che mi doni a piene mani e
mi fa sentire tanto grande
che di questo basterebbe solo
un piccolo seme: di questo
dovrei parlarne sono con te.

Londra, 6 luglio 2003

Correrai con la tua bicicletta
chissà verso quali unità
o pericoli che il sesso
in genesi ti manda così con
tanto energico pudore…
e l’altro grande gemello
che sa tutto di te e tu
di quello che si forma in te.

Fotografando intatto il piacere
che ti vai trovando a correre
tra vie e strade e vicoli tra
quel fumo e grigiore quotidiano.

Ti avrei accarezzato che
mancava poco e però ancora
il tempo lì nemico eterno che ci
ha diviso: ciò che mi rimane tra te
e il desiderio che si nutriva mio e di te.

Londra, 21 luglio 2003

E’ in regalo al mondo che
ti sento io solo vicino. E
l’altro sentire accomunato
al tuo rammarico e abbandono
che ti loda e aiuta. Con tutto
il suono necessario alla
semplicità, il polso sicuro e
la lucente immagine che di erotismo
a pezzi colorato t’allargo
e succhio con avida arsura.
E per il pericolo ancora una volta
arrischiato al buio: complice il nero
dei nostri ritratti in ombra, così
infantili e decisi.

Londra, 21 luglio 2003
canzone

E’ col tuo amore che io costruisco il mio giorno.
E’ con il nostro quotidiano soffrire che ci logoriamo
e baciamo come con quella idea piovuta dall’
alto e riversa sul dorso e sul piano di questo
casto giovedì, senza tutti e al riparo dallo
scrutare impaziente che di noi si nutriva
ed indirizzava. Come quella tanta materia che si
perdeva e scioglieva in mezzo a tanta gente
tra l’urgente bisogno di legarsi. Ed impazzire d’amore.

Londra, 25 luglio 2003

Domani sarà intinto di sorprese: il giorno
così affamato e desiderato: che mai
d’accordo troverà il suo dolore.
E’ con metro indecente che si riverserà
il mio avviso all’interesse alto e gigante:
tu così bambino che guardi e immagini
da lontanissime voglie l’incontrollabile
tocco che fa rincorrere i membri.
Sei tra me e giri da me a te e che da te
le ombre assieme guardando ed
inseguendo il resto che si forma da solo.

Londra, 27- 28 luglio 2003

Sarà l’estate dell’azzardo questa, sarà
forgiata su quanto di più nobile e sincero
si poteva immaginare. In pochi giorni,
così, tra tanto parlare, mi si rivelava
d’appresso, senza mai dubitarsi, l’irriducibile
sete di un grande desiderio. Tu: che da tanto
lo aspettavi, nella mano adesso, caldo e con
vita che ti dà coraggio ed entusiasmo per
continuare. Bloccato in principio da
violenze di flussi verso l’alto: tu meditando e
valutando se entrarmi dentro con tutto il
candore e se perciò mi avresti accontentato.
Impaurito ma solo in superficie, annusavi:
non ti pareva possibile, dicevi, che potesse
oggi capitare a te. Eppure parlavi, con atonia
ed imbarazzo, ma decidevi di dedicarmi tre soli
minuti di quel amore che si impadroniva di
noi e si proiettava ad un’altra domenica di
piacere o anarchia, perché la carne richiedeva
attenzione... Soddisfazione incatenata al tempo
stretto e impallidito che si riprendeva da sé,
a scatti e tentativi, con spinte ulteriori di baci
e natiche. Col caldo e la complicità
restaurata ad ogni secondo: entrando nella
mia tana, rete, costruita come un abile ragno.
Questa è allora l’estate che non mi si rimprovererà
mai come assenza di abbraccio e slancio verso
coppia di sale e mare, un’unità che si farà
con noi. Dovrà finire però questo blocco
d’identità, questo sistema che non appena
chiuso restituirà tristezza a chi ancora non si è
dato risposte e temi senza mete. Io rimango qui:
con l’attesa sospesa tra rocce e sabbie, tra mari
che non si incontreranno mai: una catena di
suoni che svelerà l’imbarazzo dell’ansimare
in silenzio. Perché è troppo presto parlare di
vergogna e liquidi, troppo tardi per attendere che
il giorno ci ridia la valenza di esistere. S’annuncia
vuoto e meditoso questo nostro domani, ma io non
mi sposto di una virgola, debbo vederti e poi
disilludermi: o tutto o tutto niente.
I miei amori così finiscono tra poesie e scritti
che di astrazioni sono così carichi e densi. Io per
dimenticare e non dimenticare ne debbo trasformare
le trame ed i complotti in versi. E con il poetare
debbo dilettarmi a fingermi trovator dei miei dolori.

Londra, 10 agosto 2003

Quando l’instabilità cessa ed
il tormento mi si separa senza
avvio né morte, allora respiro
e preparo a riceverti.

Con tutto l’amore che
sei capace di darmi e con
quello che ti darò dall’alto
del mio infame segreto.

8 ottobre 2003, Stoccolma, ore 10,30 di mattina

Ed intanto il bisogno di
controllare questa marea di
fantasia che mi traspare
naturale e abbondante, io
che disegnavo e riducevo
all’osso l’ingenuo divenire.
Era grande, allora, la dimensione
dell’amore e del sollevare
l’umore stanco e a pezzi. Di
quel domani, aperto e libero,
come davvero all’impiedi ci si
stabiliva all’increscioso sistema.
Dannarsi l’anima e’ uno sbaglio
che non si dovrebbe più ripetere:
lasciarsi invece, come consueto
mutare che si sfascia incatenato
e che guarda all’indietro.
Come un’opera che si accarezza da sé.

9 ottobre 2003, Stoccolma, ore 16,45

Pare di non trovare più la
via d’uscita da questo mare
di confusione che è il divenuto
il mondo sonoro intorno a me.
Penne, matite e misure
paiono non giovare più. E il
prima e il dopo per sempre
scomparsi dietro di me.
Non c’è una sola direzione
ma diverse e compresenti il senso
musicale svelare e attanagliare
di dramma le linee incandescenti.
E’ questo il flusso che deploravo?
Ma… è divertimento o pura follia?

Londra, 19 luglio 2004

( I)

Infinito il mare che manca e che
solo ad attenderlo, una ira così
intatta e salubre quell’aria come
la meraviglia, assetata di vittoria
e che la mente, ritorna ad intorno
e guardare, giocando, il mio risvolto
senza più ombra, con un cielo che
ridona spazio, nero solitario, il
progetto che si avvale sempre di noi,
scocca come campana, voli incatenati
e l’ambra sale ancora, fino a questa
altalena di incolumi pensieri e desta
l’immagine qui scomposta, il solo duo
che non trattiene, il termometro ed
il colore sgombro di tanto torpore.

(II)

Bisogna ricordare il sonetto e
scordare infame ogni parola
che si sottomette grande con
i gesti di un momento.

Un insieme di colore nero ma
tenero il solitario cammino è che
mi coglie: impreparato il sintomo
non risolto, con l’indice puntato.

Io che sberleffo a tutti il mio
vivace suono addormentato, che
malgrado il volgo mantengo sano
e forte con lo slancio la magia.

Organizzare il gesto fino a te,
dimenticare il percorso un tempo amato,
e scoppiare di lacrime, tanto poi è
così che mi si abbrevierà la vita.